GLI EBREI SOTTO IL REGNO SABAUDO E LA SHOAH IN ITALIA

      L’otto maggio 1945 con la resa senza condizioni dei tedeschi ebbe termine in Occidente la Seconda guerra mondiale e con essa si sancì la fine dell’abominio nazista.

Si concluse così una follia che aveva sconvolto il mondo e comportato milioni di morti tra i quali sei milioni di ebrei. Questi ultimi scientemente e sistematicamente uccisi nei Paesi occupati dalle truppe tedesche negli anni dal 1938 al 1945.

La strage fu da un punto di vista semantico indicata in vari modi: “Shoah”, in ebraico evento catastrofico, termine usato in Palestina già nel 1938, oppure, impropriamente “Olocausto”, specie nei Paesi anglosassoni, ancora “Soluzione finale” nel linguaggio criptico e mistificatorio dei carnefici nazisti. Più propriamente dovremmo dire: “Assassinio organizzato e sistematico” del Popolo ebraico, in Europa.

Il Popolo ebraico era ritenuto dai tedeschi il responsabile della sconfitta nella prima grande guerra, attraverso   ramificazioni internazionali e finanziarie, ma soprattutto era ritenuto reo di occupare lo spazio vitale destinato al popolo tedesco, in patria ma ancor più nei territori dell’Est europeo.

Il regime totalitario nazista era stato portato al potere attraverso libere elezioni, e si avvalse sempre del consenso del popolo tedesco o perlomeno di una sua grande maggioranza.

La grave crisi economica seguita alla fine della prima guerra mondiale e l’abile uso della propaganda fecero sì che il cittadino medio tedesco individuasse nell’ebreo, configurato come essere subdolo e traditore, diverso fisicamente ed inferiore intellettualmente , da un lato sfruttatore capitalista dall’altro inventore e propugnatore del comunismo , un nemico personale, da eliminare senza esitazione in quanto minaccia per la propria famiglia e per la propria Nazione.

Si può così comprendere, almeno in parte, come siano venute meno ragione e coscienza morale, e uomini comuni, all’apparenza normali, non psicopatici, abbiano potuto macchiarsi di orrendi delitti ed uccidere uomini inermi, donne e bambini, ed infliggere loro terribili sofferenze.

Nel caso della Shoah si parla di “unicità”, di “specificità”, per differenziarla da tutti gli altri genocidi perpetrati nel passato più o meno prossimo od ancora nel presente. Sono propenso a credere che si sia trattato solamente di capacità organizzativa, di efficienza, di volontà omicida unita ad una straordinaria abilità, da parte dei tedeschi.

La stessa capacità dimostrata nel produrre duemila aerei da caccia al mese, nonostante l’offensiva aerea alleata e la difficoltà degli approvvigionamenti negli ultimi mesi di guerra, veniva applicata all’omicidio di massa.

Fu messa a punto la “fabbrica della morte” tesa a creare lavoratori forzati, a sfruttarli sino all’estremo limite e ad eliminare i non abili al lavoro il più rapidamente possibile, con estrema efficienza ed autosufficienza, anche economica.  

Ma non dimentichiamo le stragi compiute dagli Einsatzkommando e dagli ucraini a colpi di mazza ferrata, nell’Est Europa.

Ed in Italia?

L’Italia sin tanto che non subì per intero il condizionamento dei nazisti tedeschi, mantenne verso gli Ebrei un atteggiamento liberale, seppure non esente da influenze antigiudaiche che risalivano al tempo dei Romani e che si erano mantenute sotto l’azione della Chiesa cattolica ed ancor più a seguito della Contro Riforma.

Con la Rivoluzione Francese e con l’Anticlericalismo Risorgimentale i principi libertari avevano portato ad una piena emancipazione degli Ebrei in Italia, con le Leggi Albertine del 1948, e ad una graduale integrazione degli Ebrei nella Nazione italiana, a tutti i livelli.

Un Ebreo, Giacomo Segre di Chieri, capitano di artiglieria aveva presieduto nel 1870 al bombardamento ed all’apertura della “Breccia di Porta Pia” a Roma, anche perché in quanto ebreo era immune dalla scomunica papale.

Molti ebrei avevano raggiunto nel Regno d’Italia alti gradi nella vita pubblica e nell’esercito.

Moltissimi Ebrei avevano partecipato, anche come volontari, alle guerre sostenute dall’Italia e si erano battuti con lealtà e coraggio.

Dopo la Grande Guerra numerosi Ebrei, simpatizzanti del Fascismo l’avevano sostenuto e finanziato:

Mussolini favoriva chi poteva essergli utile, a seconda delle circostanze.

Pertanto era, a volte antisemita, a volte amico degli Ebrei.

Jabotinski fautore di un sionismo estremistico fu amico personale di Mussolini e grazie ai suoi buoni uffici fu istituita a Civitavecchia una Scuola nautica per Ebrei stranieri , la Bethar, che per tre anni dal 1934 formò diplomati che avrebbero condotto poi le navi di clandestini in Palestina ed avrebbero costituito il fondamento della futura Marina israeliana.

Sulla base dell’alleanza con i Tedeschi, a partire dalla visita in Italia di Hitler nel 1938, Mussolini mutò registro ed adeguò la legislazione italiana alle direttive tedesche ed alla normativa vigente in Germania.

Ecco allora il “Manifesto della Razza” sottoscritto da dieci scienziati italiani e da settanta intellettuali, ma in realtà redatto, secondo Galeazzo Ciano, interamente da Mussolini, pubblicato sul Giornale d’Italia il 15 luglio 1938, volto ad affermare aberranti e farneticanti tesi razziali.

Al Manifesto fecero seguito “ Leggi razziali” comportanti discriminazioni e vessazioni tese a colpire nei loro diritti cittadini di origine ebraica, avvallate e sottoscritte da Vittorio Emanuele III re d’Italia e imperatore d’Etiopia.

Le odiose “Leggi razziali”, sino all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, colpirono gravemente gli Ebrei nel diritto allo studio ed all’insegnamento, nel servizio dello Stato e nell’esercizio di commerci e professioni, ledendoli sul piano economico, ma salvaguardando la persona.

Con l’entrata in guerra furono istituiti i primi “campi di detenzione”, soprattutto per Ebrei stranieri che si erano rifugiati in Italia.

Fu però dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943, con l’occupazione tedesca dell’Italia e con l’avvento della Repubblica Sociale Italiana che si toccò il fondo della vergogna, mitigata solo in parte dall’intervento di molti “Giusti” che si adoprarono per la salvezza degli Ebrei, con grave pericolo per la propria incolumità.

Furono istituite così organizzazioni tipo la DELASEM, per l’assistenza e l’espatrio clandestino di ebrei in Palestina, si ebbero casi di dedizione da parte di molti appartenenti al clero cattolico od anche di funzionari dello Stato come l’eroico dott. Palatucci, vice questore di Pola.

Ma nel Nord d’Italia dalle Istituzioni fu lasciata mano libera ai Tedeschi.

La Polizia della Repubblica Sociale italiana forniva gli elenchi anagrafici, collaborava con le SS al rastrellamento degli Ebrei ed alla loro raccolta in campi di transito, e nulla faceva per opporsi alla successiva deportazione mediante convogli ferroviari organizzati dai tedeschi.

Dalla legislazione repubblichina promulgata a Verona l’Ebreo era equiparato ad uno straniero e ad un nemico ed i suoi averi dovevano essere confiscati.

Beni per due miliardi di lire furono incamerati in tal modo dalla Repubblica di Salò.

Già il 9 settembre 1943 elementi SS della divisione Adolf Hitler, provenienti da Verona, si erano istallati sulla riva del Lago Maggiore, a Stresa ed a Meina ed avevano fatto strage di Ebrei, molti   dei quali profughi da Salonicco ma molti anche   residenti, tra cui alcuni convertiti al cristianesimo.

Ottantadue ebrei, uomini, donne e bambini furono uccisi, i loro corpi vennero bruciati e buttati nel lago.

A Trieste venne allestito un lager con annesso forno crematorio, a Roma ed in altre città venero rastrellatiti sistematicamente i componenti delle famiglie ebree, con elenchi forniti dagli Uffici Comunali, o spesso grazie a delazioni prezzolate, e mediante convogli ferroviari furono inviati in campi di sterminio, soprattutto ad Auschwitz.

Da Milano partirono ventidue convogli, da Trieste settantanove.

A Roma fu richiesto alla Comunità Ebraica un riscatto in oro, ottenuto il quale si procedette egualmente alla deportazione ed allo sterminio.

Quasi settemila Ebrei italiani dei quarantaseimila residenti in Italia nel 1938 furono deportati ed uccisi.

Chi non si tolse la vita volontariamente, fu ucciso nelle camere a gas o perì a causa delle “Marce della morte” da un lager ad un altro. Dei deportati pochissimi sopravvissero, e questi con gravi problemi conseguenti al male al quale erano stati sottoposti.

Chi riuscì a sfuggire alla deportazione visse una vita raminga e disperata.

Un migliaio circa combatterono nella Guerra di Liberazione, militanti nella formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà” o nelle “Brigate Garibaldi” o impiegati dagli alleati in missioni suicide. Più di cento furono i caduti.

 

Per gli Italiani quella della persecuzione degli ebrei fu una pagina vergognosa, in una fase storica sciagurata, di guerra, di lutti, di distruzione e di fame.

Nel mio paese natale, nei pressi di Torino, in un solo giorno si lamentarono più di ottocento morti a causa dei bombardamenti alleati, ma più ancora del terrore per i bombardamenti mi rimangono impressi nel ricordo la rabbia ed il dolore di mia madre quando raccontava di vicini di casa, uomini, donne, intere famiglie, vecchi e bambini compresi, prelevati da militari tedeschi perché ebrei, e mai più tornati.

E questo dolore e questa rabbia insieme che dobbiamo ricordare e trarre indicazioni per il futuro.

 

 

P.d.F.  

Poesia e commento sono tratti dal nuovo libro di Roberto Malini DICHIARAZIONE.                                         EDIZIONI IL FOGLIO - 2013

 

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