Eleonora Geda

 

Emil Fackenheim e la Shoah: Riparare il mondo

Il 614° Precetto

1. Inquadramento biografico di Fackenheim

Stante la scarsa notorietà dell’autore che verrà preso in esame, pare doveroso procedere anzitutto all’inquadramento di questa figura, centrale nello scenario teologico post Auschwitz. Quantunque

poco conosciuto all’interno del panorama filosofico nazionale, anche in ragione dell’indisponibilità della traduzione italiana di molte sue opere, l’autore risulta invece di enorme importanza nel contesto canadese e israeliano, vale a dire in quei Paesi in cui ha avuto modo di soggiornare e di formarsi.

 

La rilevanza della sua proposta è stata notata, tra gli altri, da Massimo Giuliani, che a lui ha dedicato alcuni testi. Grazie all’incontro con uno dei suoi contributi mi è stato possibile affrontare lo studio di questo pensatore, la cui originalità si declina nella proposta di un’inedita soluzione etica ed esistenziale alla Shoah.

 

La vita

Emil Fackenheim nasce nel 1916 a Halle in una famiglia di ebrei riformati. Dai suoi cari riceverà costantemente l’impulso e l’appoggio necessari ad approfondire la conoscenza della sua fede, divenendo così un fervente seguace del Tanach. In questa prima fase della sua vita, gli è estranea la rivendicazione sionista, esattamente come ai suoi genitori, non particolarmente interessati a questo genere di istanza. Il ritorno a Sion è questione a cui Fackenheim non bada fintanto che non sarà sollecitato dagli sviluppi della storia e della sua stessa vita. La famiglia Fackenheim, nel frattempo, conosce svariati episodi di antisemitismo, verificatisi ancor prima della salita al potere del partito nazista, come l’autore racconta nella sua autobiografia. La minaccia antigiudaica rivela presto la sua esiziale pericolosità: Fackenheim conoscerà infatti l’aberrazione della detenzione nazionalsocialista a Sachsenhausen, laddove sarà recluso per qualche mese all’indomani della Notte dei Cristalli. Successivamente al rilascio, continuerà ad approfondire la sua formazione frequentando le lezioni della Hochschule für die Wissenschaft des Judentums di Berlino, già seguite prima dell’arresto. La sua esperienza di Häftling non si conclude però con il Lager: il rabbino verrà nuovamente arrestato in territorio inglese, laddove si reca, una volta liberato dal campo di concentramento, per sfuggire alla persecuzione hitleriana.

 

Dopo qualche anno di imprigionamento britannico prima e canadese poi – provvedimento che, considerato retrospettivamente, pare insensato, ma a cui le autorità procedono in via cautelativa, dato che Fackenheim è pur sempre un tedesco – l’autore continua a studiare conseguendo un dottorato in filosofia, a cui affianca l’attività di rabbino e successivamente quella di docente presso le università di Toronto e di Gerusalemme.

 

Una tappa fondamentale della sua vita è rappresentata proprio dall’aliyah verso la terra promessa, compiuto a partire dagli anni ’80 insieme alla moglie e ai figli. Il trasferimento presso Israele gli

consentirà di dare forma a quel progetto di riparazione del mondo a cui è per lui necessario procedere al fine di ripristinare ciò che la follia della croce uncinata ha spezzato – l’ordine del bene e del male, della filosofia, della teologia e dei rapporti tra cristiani ed ebrei.

 

Nel caso di Fackenheim, vita e pensiero risultano strettamente intrecciati: il suo percorso esistenziale ricalca fedelmente gli obiettivi che la sua speculazione si pone, specialmente se consideriamo la centralità che la nozione di tikkun riveste nel suo tentativo di rispondere alle nefandezze del nazionalsocialismo.

 

Gli ultimi anni della sua vita sono faticosi, segnati dalla malattia della moglie e del figlio, bisognosi di cure e attenzioni. Ciononostante, il suo impegno come ebreo, educatore, ricercatore e rabbino non cessa: Fackenheim continua a impiegarsi come insegnante, oltre a produrre diversi contributi filosofici, dedicati in particolare alle figure dell’idealismo tedesco e a Kant.

In prima linea per la causa di Israele, l’autore diventa uno dei punti di riferimento del sionismo contemporaneo: Fackenheim, infatti, stabilisce una peculiare relazione tra la terra promessa e lo

sterminio ebraico, istituendo tra di essi un legame profondo, anche se fa notare che questo non deve mai essere inteso in senso causale. Israele, infatti, non va visto come il fine ultimo a cui il genocidio  ebreo è – più o meno esplicitamente – diretto, come se il male dei Lager potesse essere trasfigurato in un obiettivo positivo di grado superiore – quale potrebbe essere il ritorno del popolo del Libro verso la terra che Dio ha loro promesso. A suo avviso, unire i due elementi vedendo nel primo la risoluzione del secondo è, se non propriamente blasfemo, quanto meno oltraggioso nei riguardi di coloro che hanno perso la vita per mano tedesca – tra gli altri, anche diversi parenti, amici e conoscenti dell’autore.

 

L’idea è quindi quella di una impossibile e tuttavia necessaria riparazione del mondo dopo la Shoah, compito che deve essere svolto non soltanto tramite l’impegno intellettuale, ma prima di tutto con la vita, quindi attraverso gesti e azioni concrete.

A questo genere di “emendamento” o di perfezionamento del mondo (idee sottese alla nozione di tikkun) Fackenheim si dedica fino all’ultimo istante della sua vita. A testimonianza di quanto voglia ricucire le ferite del suo passato tedesco, tornerà presso la terra natia in occasione di alcune conferenze e di un breve periodo di insegnamento, malgrado la promessa di non mettere più piede in Germania. La sua opera verrà infine valorizzata tramite il conferimento di una laurea honoris causa, uno degli ultimi riconoscimenti ottenuti prima di spegnersi, nel 2003, nell’amata Gerusalemme, dopo una vita passata a riflettere sulle lacerazioni che la sua vita ha conosciuto e a come farvi fronte in chiave ebraica.

 

2. Il pensiero fackenheimiano: il 614° precetto e la centralità di Israele 

Non è certamente semplice riassumere la densità della proposta fackenheimiana, che mostra la propria originalità tanto a livello filosofico quanto a livello teologico, benché i due aspetti non siano così facilmente distinguibili, visto che l’uno può essere considerato il fondamento dell’altro.

Va premesso che la risposta di Fackenheim alla tragedia dell’eliminazione del suo popolo è ricca

di implicazioni, dal momento che si pone quale soluzione che abbraccia l’ambito della speculazione, della fede e della politica (teo-politica).

 

Questa considerazione si chiarisce se consideriamo la valutazione fackenheimiana della Shoah: un evento irredimibile, descrivibile come un’esplosione incontrollabile di male demoniaco o radicale (e quindi non banale, come afferma Arendt) che presenta dei connotati di unicità storica (un intero esercito a disposizione del genocidio, la volontà di uccidere un intero popolo, un numero spropositato di vittime e così via) e di unicità teologica (facendo sorgere quegli inquietanti interrogativi che hanno infiammato la discussione sullo statuto divino all’indomani dello smantellamento dei Lager o già all’interno di questi).

 

Per essere precisi, a queste considerazioni Fackenheim approda dopo un iniziale periodo di silenzio (durato dal rilascio da Sachsenhausen fino agli anni ’60) a cui fa seguito una seconda fase, in cui l’autore ricorre all’immagine buberiana dell’eclissi di Dio per giustificare il silenzio del trascendente in campo di concentramento. Quest’ultimo viene ora giudicato nulla più che una delle tante manifestazioni di ostilità che il popolo del Libro ha conosciuto nel corso della sua millenaria storia di discriminazione. Per Fackenheim, dunque, Hitler è, almeno in questo periodo della sua riflessione, uno dei tanti nemici degli ebrei. In ogni caso, il teologo è persuaso che il popolo davidico saprà riprendersi e costruire il proprio futuro sulle macerie della devastazione nazista.

 

La svolta è segnata dal 1967: a causa della crisi che precede la guerra dei sei giorni, l’autore ritiene che sia quanto mai necessario ritornare a riflettere sulla Shoah, senza etichettarla frettolosa mente quale uno dei tanti episodi drammatici che gli ebrei hanno subito. Solo allora, dunque, il rabbino comprende quanto è accaduto: se Hitler avesse vinto la guerra, il popolo ebreo sarebbe stato interamente spazzato via. Se la coalizione araba vincesse l’imminente conflitto che sta per scoppiare, che ne sarebbe dei seguaci del Tanach?

 

La prospettiva di un altro verosimile disastro convince Fackenheim a valutare più attentamente le finalità del modus agendi hitleriano, la cui unicità pare evidente anche dopo averla paragonata ad altre disperanti tragedie (come quella legata al perfido Haman, alla schiavitù egizia o alla persecuzione adrianea). Hitler perseguiva infatti un unico obiettivo: la sparizione della diversità, incarnata in modo prototipico dall’ebreo, verso il cui annientamento era tesa la politica del terzo Reich.

 

Ecco allora che la razionalità naufraga dinanzi a quello che è accaduto: “trascendere l’Olocausto è impossibile”, asserisce Fackenheim. Impossibile perché dovunque il pensiero guardi, il male è sempre altrove, impossibile da cogliere davvero e tanto meno da redimere. Sembrerebbe non esserci via di uscita per la ragione, fragile e incapace di comprendere davvero quello che è accaduto. Fackenheim ritiene che per quanto si indaghi, non si potrà mai trovare un fine razionale che renda ragione all’insensata persecuzione perpetrata ai danni di un popolo solo e indifeso. Gli storici, i filosofi, i sociologi e gli psicologi svolgono delle indagini preziose, quando tentano di esplorare i confini dell’Olocausto, le quali senz’altro chiariscono, mediante punti di vista differenti, quello che è occorso, ma sempre nella consapevolezza di non riuscire mai ad afferrare il quid dello sterminio, che rimane inconoscibile.

 

Come entra in gioco, in tutto questo, il richiamo verso Israele? Come abbiamo visto, Fackenheim non è sensibile al sionismo fintanto che la storia non gli rende evidente che gli ebrei debbono impegnarsi per la loro terra. Cosa, nello specifico, lo persuade di questa missione? Il 614° precetto. Si tratta di quel comandamento che Dio ha affidato ai suoi figli in campo di concentramento e che così recita: “Che cosa comanda la voce di Auschwitz? Gli ebrei non hanno il diritto di concedere a Hitler delle vittorie postume. Essi hanno il dovere di sopravvivere come ebrei, perché il popolo ebreo non abbia a perire. Essi non hanno il diritto di disperare dell’uomo e del suo mondo e di trovare rifugio sia nel cinismo sia nell’aldilà, se non vogliono contribuire ad abbandonare il mondo alle forze di Auschwitz.

 

Infine essi non hanno il diritto di disperare nel Dio di Israele, perché l’ebraismo non perisca.

Un secolarista ebreo non può trasformarsi in un credente per un semplice atto di volontà, né gli si può imporre di farlo… Ed un ebreo religioso che è stato fedele al suo Dio può essere costretto ad un nuovo rapporto magari rivoluzionario con lui. Una possibilità comunque è del tutto impensabile. Un ebreo non può rispondere al tentativo di Hitler di distruggere l’ebraismo cooperando egli stesso a tale distruzione. Nei tempi antichi il peccato impensabile per gli ebrei era l’idolatria. Oggi consiste nel rispondere ad Hitler compiendo la sua opera”. Ad Auschwitz, Dio era presente e ha ordinato a coloro che credono in lui di sopravvivere come ebrei. Sopravvivere come ebrei, allora, significa fare i conti con la Shoah, vedendo in essa una rottura di ogni ordine, di ogni residuo di umanità. L’annientamento nazista ha provocato una cesura irredimibile, ma a cui siamo in ogni caso chiamati a porre rimedio, per quanto possibile, nella consapevolezza dell’aiuto che Dio costantemente offre nel concretizzare questo compito.

 

Il “rimedio” fackenheimiano è contenuto nell’idea di tikkun, che nel lessico dell’autore designa qualunque atto che persegua l’obiettivo di migliorare, correggere, perfezionare e quindi riparare la realtà. A tale scopo sono chiamati non soltanto gli ebrei o i tedeschi o i cristiani, ma tutti gli uomini del mondo, poiché la Shoah ha messo in crisi ogni ordine, ogni certezza, ogni modo di essere umani. Il tikkun è un concetto biblico, che affonda le radici nella mistica luriana e che trova in Fackenheim la sua più alta realizzazione nello stato di Israele, come testimoniato dal seguente rilievo: “Il tikkun è Israele stesso. È uno Stato fondato, mantenuto, difeso da un popolo che, come si pensava un tempo, aveva perduto le arti della politica e dell’autodifesa per sempre. È la piantumazione e la riforestazione di una terra che […] era irrimediabilmente arida e desertica. È un popolo adunato da ogni angolo della terra […]. È una lingua viva che […] era morta e sepolta. È una Città ricostruita che – come riteneva il consenso universale – era destinata a rimanere una sacra rovina. Ed è in tutto ciò e grazie a tutto ciò, a difesa del resto accidentale, dopo una morte senza precedenti, una celebrazione unica della vita”.

 

L’ethos di resistenza a cui fa riferimento la proposta dell’autore non può che realizzarsi proprio in Israele, in quello Stato fortemente voluto dai sopravvissuti del secondo conflitto mondiale e tuttavia ancora tormentato da tensioni e osteggiato da forze nemiche che lo attaccano. Tale peculiare situazione mostra quanto Auschwitz e Gerusalemme siano in verità ontologicamente apparentati: non soltanto perché molti sopravvissuti hanno trovato rifugio in Israele, ma anche perché potenzialmente Gerusalemme potrebbe rivelarsi nuovamente luogo di sterminio a causa delle spinte del male storico e politico.

 

Ecco che prende forma il progetto della teo-politica fackenheimiana. Con questo termine, che non ha a suo avviso nulla di sacrale, si intende invece designare tutte le possibili strategie culturali e istituzionali per garantire la sopravvivenza degli ebrei a Gerusalemme, malgrado sia evidente quanto si sia ancora lontani da una laica “età messianica” in cui sia finalmente possibile vivere in piena sicurezza e dentro la dinamica stabile della pace in Israele. Il progetto storico della terra promessa, come fa notare Paola Ricci Sindoni, è già presente nel libro di Isaia, specie quando si afferma che Sion tornerà finalmente a essere il centro messianico e che la casa del Signore sarà innalzata affinché tutte le nazioni e tutti i popoli possano affluire sotto la sua protezione (Is 2,1-2). Oggi, comunque – non manca di notare Fackenheim – siamo ancora fermi al primo capitolo di questo libro biblico, laddove si fa riferimento a Sion quale “città assediata” (Is 1,8), bisognosa di conversione, di necessità di un ritorno alle motivazioni religiose e storiche della sua stessa esistenza.

 

L’impegno di Fackenheim, in ogni caso, è rivolto al consolidamento di un Israele sicura e rispettata, all’interno della quale il Signore, la Torah e lo stesso Israele tornino a esprimersi a una sola voce.

 

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