Michael Freund con l'interprete, la nostra Federica
Michael Freund con l'interprete, la nostra Federica

SHAVEI ISRAEL ... Il ritorno dopo la dispersione

Conferenza di Michael Freund _02.07.2013

Giulia Levi

 

        “Sconfiggere l’ antisemitismo con la cultura. Se Goebbels, Ministro per la Propaganda del terzo Reich, ci mise anni e anni per fomentare l’ odio contro gli ebrei…noi, da anni ed anni,  diffondiamo la cultura ebraica per fare in modo che anche Israele – Nazione democratica, accerchiata da Paesi che non conoscono democrazia -  possa  essere compresa ed amata fino in fondo”.

 

Queste le parole introduttive della Prof.ssa Edda Fogarollo, Presidente del Movimento Cristiani per Israele, che ha collaborato nell’ organizzazione della conferenza tenuta dal giornalista e studioso israelo-newyorkese Michael Freund. Ed è nelle parole del relatore che emerge il significato più profondo del tema trattato, gli ebrei “nascosti”. “Qualcuno ha accusato Israele di essere uno Stato apartheid, ma è l’esatto opposto. Siamo una Nazione multi-culturale, aperta, e – se secondo alcuni questo elemento costituisce una debolezza – dal nostro punto di vista, questa, è la nostra più grande forza».

 

L’attività di Shavei Israel – associazione, fondata da Freund, che si occupa di “scovare” i discendenti di ebrei sparsi per il mondo e di favorire, eventualmente, la loro aliyah in Israele – ha infatti portato Freund a trovare radici ebraiche nei luoghi più impensabili. «Tutto è cominciato più di dieci anni fa – ha spiegato – con una lettera arrivata negli Uffici del Primo Ministro Netanyahu, una lettera tutta stropicciata e proveniente dal Nord Est dell’ India». I mittenti erano i membri della tribù dei Bnei Menashe, i quali sostenevano di essere diretti discendenti di una delle Dieci Tribù perdute d’ Israele e chiedevano al Governo di ritornare a Sion. Quando – nel 1600 a.C. -  gli assiri invasero Israele, le Tribù furono disperse e i Bnei Menashe sarebbero stati i discendenti di coloro che riuscirono a spingersi fino alla regione indiana. «Come spesso accade con i politici, non ricevettero risposta. Ma io decisi di incontrarli, nonostante fossi molto scettico riguardo ciò che affermavano». Una volta raggiunti, Freund si trovò di fronte a qualcosa di inaspettato. I Bnei Menashe credono in un unico Dio ed hanno tradizioni simili a quelle ebraiche: durante una delle loro feste, ad esempio, il sacerdote sacrifica un animale prendendone il sangue e spargendolo sulle porte…come fecero gli ebrei, uscendo dall’ Egitto. Una delle loro preghiere, la “Canzone di Miriam”, narra di antenati schiavi in Egitto. In caso di catastrofe naturale, inoltre, i membri della tribù escono dal villaggio e intonano – alzando le mani al cielo – una strofa: “noi figli di Menashe siamo ancora qui”, come a voler ribadire una tradizione ancestrale. «Negli ultimi quindici anni – ha spiegato Freund – abbiamo “riportato a casa” più di duemila membri dei Bnei Menashe. Ed abbiamo appena ottenuto il permesso di portarne in Israele altri 900». Dai filmati trasmessi durante la conferenza era ben visibile la commozione nei loro volti.

 

Parte dell’ attività di Freund consiste anche nel trovare gli “ebrei nascosti” della Polonia. Nascosti, perché – durante la Shoah – molti genitori affidarono i figli ebrei ad istituzioni cattoliche per salvarli. Molti dei genitori perirono durante lo sterminio, i figli invece divennero sopravvissuti. Ma, nemmeno durante il regime comunista, fu loro consigliabile svelare la propria identità dato il forte odio anti ebraico.  «Pochi mesi fa ho organizzato un incontro con questi “ebrei nascosti” della Polonia. La storia di uno di loro, Mariush, fu particolarmente commovente». Arrivati ai cancelli di Aushwitz, infatti, Mariush si rifiutò di entrare e cominciò a piangere. «Raccontò di essere un Cohen – discendente dei sacerdoti - e di non poter quindi entrare in quello che, di fatto, era diventato un cimitero. Mariush aveva più di 60 anni, ma aveva scoperto di essere ebreo solo quando ne aveva 51. Sul letto di morte, la madre gli aveva spiegato che la loro era una famiglia ebrea e che – cinque dei suoi zii – erano morti proprio ad Aushwitz». Avendo scoperto a 51 anni di essere ebreo, dunque, Mariush non aveva ancora avuto la possibilità di celebrare il suo Bar Mitzvah.  «Nonostante abbia continuato a ripetere, per molto tempo, di essere vecchio e di non aver bisogno della celebrazione…Mariush ha finalmente celebrato il suo Bar Mitzvah, in mia compagnia, ed è stata un’ esperienza emozionante per entrambi». Shavei Israel opera anche nel Sud Italia, dove si è scoperto che molte famiglie continuano a tramandare usanze appartenenti alla tradizione ebraica; ad esempio, l’ accensione delle candele in concomitanza dell’ inizio dello Shabbat. Non solo: l' Associazione è operativa anche in Sud America ed in Cina. Ad avere un' ascendenza ebraica, infatti, ci sono  gli Bnei Anousim della Colombia ed i cinesi dell' area di Kaifeng. Di tradizione ebraica anche alcuni abitanti dell' Amazzonia, discendenti da alcune famiglie nordafricane trasferitesi in Sudamerica in cerca di fortuna; alcuni portano ancora nomi come Cohen, Ben-Zaken o Ben-Shimon. Una comunità che, invece, non vanta origini ebraiche ma - a metà del Novecento - decise di convertirsi all' ebraismo...si trova nella città peruviana del Nord Cajamarca.  

 

«Ogni volta che incontro persone come i membri di Bnei Menashe dell’ India del Nord-Est, o uomini come Mariush – ha concluso Freund - sento, dentro di me, crescere una grande soddisfazione.  Sento un forte trasporto, derivante dal fatto che qualsiasi malvagio progetto di distruzione del popolo ebraico, dalle persecuzioni susseguitesi nel corso dei secoli, alla grande tragedia perpetrata da Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, nient’ altro sono stati se non progetti fallimentari. Hitler ha fallito, perché gli ebrei sono ancora qui…in ogni parte del mondo, a volte nascosti, ma desiderosi di recuperare le proprie radici».

 

 

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