Claudio Magris:

"Mi sento un ebreo onorario"

L'identità: «Amo la loro resistenza incoercibile, la capacità di essere se stessi»

 

30.12.2008             

LA STAMPA.it  

ALAIN ELKANN
Siamo a Gerusalemme, Claudio Magris ha appena finito un dibattito pubblico con Abraham Yehoshua, lo scrittore israeliano parlava dell’importanza delle frontiere, lo scrittore triestino parlava di Trieste, di aneddoti ebraici, di vittorie ebraiche, con molta enfasi e con molto spirito. Il loro dibattito seguiva due interventi avvenuti in precedenza, uno del presidente Giorgio Napolitano e l’altro del presidente israeliano Shimon Peres.

Claudio Magris si siede nel caffè adiacente alla sala conferenze, beviamo una birra e gli chiedo: «Che rapporto ha con la letteratura ebraica»?
«Un rapporto molto intenso, soprattutto con quello della diaspora. Nel mio libro “Lontano da dove” ho spiegato molto bene questo e soprattutto penso al mio rapporto con due grandi scrittori Singer e Canetti. Più tardi sono arrivato alla letteratura israeliana».

Ma com’è stato il rapporto con Singer?
«Ci siamo scritti con la libertà di chi non si conosce veramente. Io gli scrissi a proposito di un suo libro chiedendogli perché scriveva romanzi stagionati e lui mi rispose: “Scrivo quello che ho voglia di scrivere”. La differenza è che forse io ero più intelligente di lui, ma lui era un genio. L’ho conosciuto agli inizi degli anni Sessanta. Lessi il suo racconto “Il non veduto”, un capolavoro, e gli scrissi una lettera da Trieste. Ricordo che era settembre, ero appena tornato dal mare e indirizzai quella lettera all’editore americano Farrar Strauss. Scrissi la lettera in tedesco, lui mi rispose “tanti saluti a lei e alla sua famiglia e ai suoi amici”. Questo fatto di includere gli amici mi parve straordinario».

E invece Canetti?
«Abbiamo avuto un rapporto intenso, io andavo Zurigo, lui veniva a Trieste. Devo molto a Canetti. In un momento difficile mi scrisse molte lettere. Quando si sposò la seconda volta mi scrisse. Poi ci fu un raffreddamento. Perché lui voleva controllare tutto. Gli dissi che la sua autobiografia era interessante ma non era a livello del suo romanzo “Auto da fé”, dove straordinaria è la follia. Canetti ad un certo punto del suo diario scrisse “La nostra amicizia è finita”, alludeva a me».

E lo scrittore israeliano Appelfeld?
«Lo conosco poco, ma l’ho letto e si sente la componente del bacino plurimo della Mitteleuropa».

Yehoshua ha appena parlato della necessità dei confini territoriali. Lei cosa ne pensa? Ha ragione, è giusto?
«L’ideale sarebbe superare i confini. I confini sono soltanto una necessità, non li sento come un ideale».

Lei ha detto di essere un ebreo onorario, cosa significa?
«Sono affascinato dalla incoercibile resistenza, dalla capacità di essere se stessi propria degli ebrei. Mi attrae il fatto che il fratello di Scholem sosteneva che la cultura tedesca fosse la più grande e quando andò in Israele e gli chiesero anni dopo, dopo il nazismo: “La pensa ancora nello stesso modo?”. Lui rispose: “Sì, certo, credete che basti un Hitler qualsiasi per farmi cambiare idea?”. E ricordo anche un personaggio straordinario a Trieste, Fano, aveva il terrore del raffreddore, era attivissimo, sempre calmo. Mi ricordo che andando a casa prendeva lo zucchetto, lo scaldava sulla lampadina e furtivamente si metteva a letto e gli chiedevo perché. E lui rispondeva: “Per risparmiare forze”».

Ma cosa vuol dire tutto questo?
«Era una civiltà piena di religiosità, ma di una religiosità irriverente».

Essere a Gerusalemme cosa vuol dire per Lei?
«E’ la prima volta che vengo, mi ha colpito molto. Ci ho messo qualche giorno prima di vedere il primo poliziotto. Ho trovato Gerusalemme più orientale e più tranquilla di quanto non immaginassi».

E come scambio intellettuale?
«Ho avuto sempre incontri privilegiati, però non conosco ancora la dimensione media, quella della vita quotidiana. Mi piace molto vedere che a Gerusalemme è come se ci fossero tanti quartieri tra loro staccati».

E come si è trovato?
«Non ho avvertito grande tensione. Ma la mia è la testimonianza di uno che non sa veramente come stanno le cose».

Il tempo della nostra intervista è scaduto. Claudio Magris viene richiamato insieme a me per recarsi a un incontro con il Presidente Shimon Peres e il Presidente Napolitano. Poi seguirà una lunga passeggiata nei quartieri tedeschi e nel quartiere ebraico di Gerusalemme insieme al Maestro Uto Ughi e alla Professoressa Della Seta. Camminando, Magris ribadisce il concetto di prima e dice al violinista: «Gerusalemme è veramente una città fatta di tante realtà urbane diverse. Ma mi restano ancora alcuni giorni per cercare di conoscerla meglio».
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