Sessantaquattro anni fa nasceva lo Stato d’Israele

         Alla vigilia del Giorno dell’Indipendenza, Yom Atzmaut, viene spontaneo ripensare alle parole e immagini evocate dai primi passi della Dichiarazione della Fondazione dello Stato.

La fedeltà del popolo ebraico alla propria terra e ai propri valori culturali, innanzitutto, che né l’esilio né le innumerevoli persecuzioni hanno potuto piegare. L’attaccamento alla propria storia e alle proprie tradizioni, a quell’identità spirituale e religiosa che in Eretz Israel si era formata. La speranza del ritorno, affermata per secoli attraverso la preghiera e il costante, ostinato tentativo di conservare la memoria del proprio passato, contro tutti e contro tutto. La rivendicazione del diritto a una vita libera e dignitosa, tanto più fortemente sentita dopo la “catastrofe” della Shoah. L’aspirazione a uno Stato proprio, a quell’indipendenza così lungamente attesa e difesa poi con coraggio e determinazione nei decenni successivi.


    Per quanto riguarda il mio immaginario personale, il mito di fondazione dello Stato è “fissato” per sempre in alcuni fotogrammi che sono rimasti impressi in modo indelebile nella mia memoria sin dall’infanzia e che sono un simbolo potente dei valori di cui si è detto (come forse solo le immagini, per la loro forza intrinseca, sanno essere). Se penso alla nascita di Israele le “icone” che mi vengono alla mente sono inevitabilmente legate alla cinematografia e alla letteratura, come filtrate attraverso di esse. Per quanto, in seguito, io abbia letto altri libri e visto altri film, come dimenticare l’emozionante momento della proclamazione dei risultati del voto alle Nazioni Unite descritto da Otto Preminger in Exodus (1960), la fuga notturna e silenziosa dei più piccoli dal kibbutz di Gan Dafna, che così bene rappresenta l’epopea dei kibbutzìm? O ancora la scena straziante (che tanto mi aveva turbato da bambina) della morte della giovane Karen, caduta in un’imboscata di notte – da sola e al buio – proprio quando sembrava che la sua “salita” in Israele volgesse a buon fine?


      Oggi mi viene spontaneo chiedermi quanto si sia concretizzato, a più di sessant’anni di distanza, di tutte le speranze – il ritorno alla propria terra, la libertà, il progresso… – che questi personaggi incarnano. Cosa penserebbe nel 2012 Theodor Herzl, padre fondatore del sionismo, se potesse vedere la forma che ha preso lo Stato ebraico da lui immaginato alla fine dell’Ottocento? Ne sarebbe fiero? Penserebbe che il suo sogno di dare una patria agli ebrei si sia finalmente concretizzato nel modo da lui auspicato? Cosa offre oggi Israele ai suoi cittadini e a tutti gli ebrei del mondo, sionisti e non? E soprattutto cosa rappresenta per tutti gli altri, anche per i non ebrei? Ecco l’unico quesito a cui mi sento di dare una risposta: per me è sinonimo di coraggio, determinazione, lotta per l’emancipazione e capacità di resistenza, ma soprattutto celebrazione e simbolo vivente – e per tutti riconoscibile – del diritto a riaffermare la propria dignità offesa, in qualunque ambito e a ogni livello. Ed è in questo senso che la fondazione dello Stato d’Israele, intesa come esperienza umana del singolo individuo prima e di un intero popolo poi, ha valore per me nel presente e può essere trasposta in un messaggio significativo per la vita di tutti i giorni; con tutte le imperfezioni, le deformazioni, gli incidenti di percorso e le inevitabili cadute che può aver portato con sé, come sempre accade nella vita.

       

       La domanda più pressante in questa giornata così significativa per il popolo d’Israele, però, è un’altra ancora, e sempre la stessa da decenni: si realizzerà mai veramente l’auspicio del protagonista di Exodus, Ari, che sui corpi di Karen e del suo amico d’infanzia, l’arabo Taha, promette solennemente che un giorno arabi ed ebrei condivideranno la stessa terra non solo nella morte ma anche nella vita? La realizzazione di questo ideale è cosa ben ardua. Dipende da una tale varietà e complessità di fattori e di “attori” recitanti sulla scena del mondo da risultare un’impresa forse impossibile. Ma è questo l’augurio più importante, quello che mi sento di fare in questo giorno speciale.

 

Federica Romagnoli

 

 

Ben Gurion - Herzl
Ben Gurion - Herzl

Se lo volete, non è una favola!   (T. Herzl 1860-1904)

 

 

 

 

 

 

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Sito aggiornato: 24/03//2018