Vedranno i nostri occhi il tuo ritorno in Zion 

Lorenzo Fantone

TERRA, GRUPPO E LINGUA: IL MIRACOLO ISRAELIANO

   La stampa europea cita spesso Israele come un grande esempio da cui trarre ispirazione nel campo dello sviluppo economico, scientifico tecnologico. Non passa giorno in cui quotidiani e saggi non cerchino di delineare le componenti di questo miracolo israeliano.

  Le espressioni come high tech nation, start-up nation, il paese dei brevetti sono comuni quando si vuol far riferimento a Israele.

  Tuttavia non viene mai analizzato quello che è il vero miracolo israeliano, quello che ha permesso a questa giovane nazione di esistere e di svilupparsi, ovvero quello dell'inclusione sociale dei più disparati gruppi sociali e culturali. Israele è un vero crogiuolo di differenti nazionalità e modi di vita. Il fatto di essere riusciti a creare un uno da questa pluralità è stata la vera vittoria del sionismo di costruito su tre pilastri: lavoro della terra, linguae gruppo. Su questi tre paradigmi, nelle loro varie declinazioni, si è costruita l'identità israeliana. Se le varie identità nazionali europee sono oggi messe in crisi da fenomeni d'immigrazione e di difficoltà d'integrazione, forse il caso israeliano potrebbe fornirci alcuni elementi per immaginare delle vere politiche di accoglienza e d’inclusione.

  La forza d'Israele è sempre stata la forza e l'energia dei nuovi arrivati, di coloro che decidevano la "salita" a dispetto dei rischi e dei dubbi: perché non potrebbe essere lo stesso per noi oggi in Italia? Trovare un punto di partenza da cui iniziare per esaminare questi paradigmi diventa una pura opzione accademica: si potrebbe iniziare dagli Amanti di Sion, dal sionismo di Herzl o dalle prime istituzioni dello Yishuv. Tutte le strade sono possibili e valide, ma forse per capire quale è stata la portata innovativa delle riflessioni alla base della nazione ebraica, vorrei leggervi alcune parole estratte da un articolo di Ben Gurion del 1918: “Le richieste del popolo ebraico non sono null’altro se non la richiesta di una nazione intera del diritto di lavorare. Dobbiamo ricordare che questi diritti sono anche posseduti dagli abitanti che già vivono nel paese e questi diritti devono essere rispettati. Ma gli interessi dei non ebrei sono conservatori, gli interessi degli ebrei sono rivoluzionari; tendono a creare qualcosa di nuovo, a cambiare i valori, a riformare e a costruire”.

  Questa caratteristica di cambiamento e di novità era già alla base della riflessione di Herzl, padre del sionismo, che fa della sua idea di uno stato modello un libro: Altneuland. Egli vi descrisse un regime caratterizzato non solo da una condizione d’indipendenza del popolo ebraico, ma anche da un nuovo sistema sociale, basato sulla cooperazione dei lavoratori liberi. Herzl non era certo socialista, ma aveva fede nell’uomo, che soffre, ma può emanciparsi per mezzo della sua volontà e dei suoi sforzi creativi.

  Non possiamo non vedere questa forza creativa propulsiva: nella trasformazione della terra da arida a coltivabile, nell’affermazione dell’ebraico moderno e nella nascita dell’identità israeliana.

Questi tre aspetti trovano una sintesi perfetta nell’ideale del sionismo socialista. La forza di questa corrente di sintesi delle varie anime del sionismo sta nel passaggio dal concetto di classe a quello di popolo; in questo modo il sionismo socialista seppe evitare sia una posizione di puro nazionalismo, caratteristico invece della destra sionista, sia un’opzione esclusivamente classista, auspicata invece dalla sinistra sionista. Con la sua lotta per la conquista del lavoro ebraico nei centri agricoli, attraverso la creazione di una propria economia, cooperativa e pubblica, e attraverso la lotta popolare e la mobilitazione dl capitale nazionale come mezzo per costruire il paese, il sionismo socialista salvò l’intero movimento e lo stato dal pericolo di uno scadimento della nuova società in forme di economia capitalista e colonialista, basate su una manodopera araba a buon mercato. L’obiettivo essenziale del socialismo socialista non era solo quello di creare un’economia e una società nazionali e indipendenti fondate sul lavoro degli ebrei, ma anche quello di modellare un popolo che doveva realmente come tale al di là del solo credo religioso.

Ma per realizzare questo sogno erano necessari tre elementi fondamentali. Sviluppo economico per rendere il gruppo autosufficiente, una lingua che accumunasse gli individui del gruppo e una figura in cui si identificassero.

  Questi tre punti trovano il punto di convergenza nell’istituzione tutta israeliana del kibbutz, dove la lingua, l’ivrit o ebraico moderno, e la simbologia nazionale, quella dello chalutz o pioniere, si sono costruite e sviluppate.

Ma che cos’è questo kibbutz di cui si è sentito tanto parlare negli anni Sessanta e Settanta, ma di cui pochi sanno la reale portata innovativa sia sociale che economica?

  Nel 1909 un gruppo di ebrei rumeni, cercando riparo dai pogrom degli zar russi, decise d'emigrare nella Palestina dell'Impero Ottomano e di installarsi presso il lago di Tiberiade su di un terreno acquistato dall’Organizzazione Sionista Mondiale. Antecedentemente, già negli ottanta del XIX secolo alcuni gruppi di ebrei russi avevano deciso di scappare dalle persecuzioni e di fare riparo nella Terra Promessa, ma i loro progetti agricoli fallirono miseramente in quanto fondati solo su criteri puramente economici. I moshavim che vennero fondati erano infatti dei villaggi cooperativi in cui i soci conservano la proprietà dei singoli appezzamenti, gestendo in comune solo gli acquisti e le vendite.

Invece lo scopo degli halutzim rumeni era quello di creare un kibbutz, in ebraico insediamento comunitario, che doveva rappresentare il primo nucleo di una nuova società basata sul mutuo sostegno e sulla giustizia sociale. Si trattava di un sistema socio-economico fondato sul principio della proprietà collettiva, dell'equità e della cooperazione nella produzione, nell'educazione e nel consumo. Il motto che riuniva questo ideale era molto semplice: “Da tutti secondo le proprie possibilità, a tutti secondo le proprie necessità”. Degania Alef fu la patria di molti israeliani famosi e membri dello Yishuv: la poetessa Rachel, il "profeta del lavoro" Aaron David Gordon e Iosif Trumpeldor lavorarono tutti a Degania. e il secondo bambino nato nel kibbutz fu Moshe Dayan. Molti degli altri membri iniziali di Degania Alef partirono per fondare altri kibbutzim.

Il loro progetto di nuova società fu messo a dura prova dalle dure condizioni di vita della Palestina: un ambiente ostile in cui mancavano le coltivazioni da secoli, assenza di qualsiasi sistema irrigazione e mancanza di conoscenze agrarie. Ma a dispetto delle grandi difficoltà incontrate, quest'idea di nuova società suscitò un immenso su molti ebrei della Diaspora che, seguendo l'esempio di questi primi pionieri, decisero trasferirsi in Palestina per trasformare questo sogno in realtà. Mano a mano che in Europa si diffondevano le idee del movimentosionistico e che il nazionalismo spingeva all'antisemitismo, gli halutzim crebbero di numero, passando da 179 nel 1914 a 2624 nel 1927 e a 22.932 nel 1941.

  I kibbutzim furono i primi centri attorno ai quali si organizzò il neonato Stato nel 1948: non solo fornirono le basi economiche per il sostentamento della popolazione, ma anche un modello politico e di difesa cui i futuri leader israeliani avrebbero potuto, e dovuto, ispirarsi. È nelle sale comuni del kibbutz e nei campi che i nuovi arrivati si confrontano con la nuova lingua. Molti kibbutz prevedevano che non potessero esserci dei gruppi di lavoro e di vita, dobbiamo sempre tenere presente lo stile di vita comunitario, appartenenti alla stessa comunità nazionale di origine. Questo permetteva che la lingua veicolare non potesse che essere l’ebraico moderno a cui i nuovi arrivati erano obbligati, causa di forza maggiore, a formarsi. Il lavoro manuale permetteva inoltre che la necessaria interazione quotidiana con i compagni per l’esecuzione delle attività lavorative. Il fatto di non poter comunicare nella propria lingua “madre” porta a un apprendimento più rapido dell’ivrit che diventa vera e propria lingua veicolare.

Non esiste infatti gruppo nazionale che non si identifichi proprio per il fatto di parlare lo stesso idioma.

Il kibbutz cercava di dare anche un’alternativa al modello classico di famiglia. La Shoah aveva lasciato una macabra eredità: ebrei superstiti e perseguitati rimasti senza famiglia, bambini orfani, ebrei che avevano perso del tutto la fede in Dio dopo l’inferno della Seconda guerra mondiale.

Tutti cercavano un nuovo modo di vivere insieme. Il kibbutz dava come soluzione la possibilità di mettere la comunità al posto della famiglia tradizionale. L’autorità era l’assemblea settimanale e le sue commissioni. I genitori vivevano in case piccole che servivano per il riposo serale e per l’incontro dopo il lavoro. Non c’era la cucina perché tutti i membri del kibbutz mangiavano insieme in una mensa comune, che era l’anima della comunità.

  Inoltre questi nuclei agricoli e sociali divennero la chiave per la costruzione di un’identità nazionale israeliana che doveva superare quella di ebreo della diaspora, fortemente limitativa, insieme alla creazione di un moderno esercito di leva.

I nuovi immigrati venivano dunque inviati dal governo d'Israele a passare un periodo d'integrazione nei kibbutzim in modo da permettere loro d'imparare la lingua e di conoscere un nuovo modello di struttura sociale. Da questo periodo gli immigrati uscivano cambiati, in quanto diventavano realmente consapevoli di far parte di una nuova patria e di una nuova comunità.

I padri fondatori dello Stato d'Israele vissero a stretto contatto con questa realtà sociale in quanto essi stessi vennero in Palestina come halutzim. Proprio per questo motivo riportarono a livello governativo molte delle regole e dei modi di vita del kibbutz. Prima di tutte il culto della patria intesa, non solo come entità simbolica, ma soprattutto come una realtà strettamente legata alla terra che i pionieri avevano trasformato e reso propria. In questo senso il primo nazionalismo israeliano si struttura su due componenti primarie: una forte costruzione etica e un culto quasi morboso della terra.

Il nazionalismo che prende forma nei kibbutz è forzatamente ideologico e militante dal momento che la nuova società rompeva ogni legame passato dei propri membri per creare di nuovi, più forti e maggiormente inglobanti.

  Quest'ideale prese il sopravvento nei primi decenni dello Stato d'Israele poiché l'unico modo che i nuovi immigrati avevano per entrare nella società israeliana era spesso quello di passare un periodo d'integrazione nei kibbutzim. Per capire questa necessità, dobbiamo innanzitutto le condizioni socio-economiche in cui vivevano gli ebrei della Diaspora europei all'indomani del Secondo Conflitto Mondiale. La maggior parte di essi erano stati oggetto delle persecuzioni e delle deportazioni naziste e fasciste e alla fine del conflitto si erano trovati privi di ogni forma di sostentamento. L'unica soluzione per queste persone, ancora scioccate dall'antisemitismo europeo, era quella di emigrare in Israele dove già dagli anni Trenta si era andata formando una forte comunità ebraica. Ma i limitati mezzi economici li portavano ad avere come unica possibilità reale di vita e d'impiego quella dei kibbutzim. Qui entravano a far parte di una nuova famiglia, bisogno centrale per chi durante l'Olocausto aveva perso tutti i propri affetti personali; il kibbutz forniva una nuova possibilità di vita e di redenzione per chi aveva vissuto l'inferno della persecuzione.

Il kibbutz, se si potesse fare un paragone, ha svolto quella funzione che nei Paesi europei era stata svolta dalla scuola pubblica. Se per Thiers, presidente della Terza Repubblica Francese, gli insegnanti erano “gli ussari neri della Repubblica”, nell'Israele di Ben Gurion questa funzione era svolta dai contadini idealisti dei kibbutz.

Primo di tutti subì questa forte influenza Tsahal. Questo per due motivi principali: il primo, perché l'esercito, essendo formato da individui, ricalca molto spesso i meccanismi d'interazione della società civile; il secondo, poiché i kibbutzim, sin dalla loro formazione, avevano costituito delle unità di autodifesa per difendersi dagli attacchi delle popolazioni arabe. Soprattutto questo secondo punto fu fondamentale per la formazione delle strutture relazionali e di comando delle Forze Armate israeliane. Questo perché i primi generali venivano proprio da queste unità di autodifesa poiché erano gli unici ad aver sviluppato una certa esperienza sia dal punto di vista gestionale che da quello operativo. Per questo motivo questi halutzim, che ascesero al rango di ufficiali, strutturarono le proprie strutture di comando in modo da ricalcare quelle a cui erano stati abituati nei kibbutzim. Non solo, portarono all'interno del mondo militare, quel tipico concetto di nazione e patria che si era via via costruito negli insediamenti rurali. Queste direttive ricevettero inoltre piena attuazione dal momento che lo zoccolo duro dell'esercito di leva israeliano era formato principalmente dai membri dei kibbutzim.

L'interazione tra i Kibbutz e Tsahal venne anche rinforzata dalla creazione delle Brigate Nachal, ovvero delle divisioni dell'esercito che ricevevano oltre ad una formazione di tipo militare anche una formazione di base in agraria, questo permetteva loro di essere inviati nei kibbutzim e, oltre a svolgere il proprio servizio militare, di aiutare la comunità nel proprio sviluppo economico. La possibilità di poter lavorare e vivere appieno la realtà dei kibbutzim portò gran parte dell'esercito a introiettare ancora maggiormente questi valori all'interno del proprio modo di pensare e di agire, sia in tempo di pace che di guerra.

Nella Shoah, questi uomini avevano perso ogni legame famigliare ma forse anche la loro stessa vita dal momento che, per loro stessa affermazione, si definivano dei “morti che camminano”.

  Questi avevano trovato nei kibbutzim e in Israele una nuova famiglia alla quale nel momento del bisogno erano pronti a offrirsi senza alcun limite quasi alla ricerca di una catarsi personale. Sembrava che cercassero un motivo per liberarsi di un peso psicologico che può essere riassunto nella domanda “Perché io?”. C'era un enorme senso di colpa e di vergogna per essere sopravvissuti all'orrore dei campi di concentramento.

Infatti, avevano trovato nel neonato Stato d’Israele, e in particolar modo nell’etica del movimento dei kibbutzim la possibilità di entrare a far parte di una nuova famiglia alla quale nel momento del bisogno erano pronti a offrirsi senza alcun limite. Proprio lo stile di vita comunitario dei kibbutzim diede la possibilità ai sopravvissuti dei lager di trovare un nuovo centro d’equilibrio della propria vita. Questo ultimo si realizzava attraverso la condivisione della missione colonizzatrice e di trasformazione del territorio della Terra Promessa.

  In queste condizioni la terra, intesa nel vero senso letterale del termine, si riempiva di significati simbolici e ideologici che trascendevano dai semplici riferimenti strettamente materiali della presenza sul territorio. La terra della Palestina rappresentava per questi uomini una realtà che simboleggiava la loro stessa nuova ragione di vita incarnata nei valori della propria appartenenza ebraica. Inoltre il fatto di essersi appropriati della terra nel vero senso della parola, ossia avendola trasformata da un territorio desertico in unno coltivabile, portava gli chalutzim a considerare il proprio kibbutz e i territori circostanti come un'affermazione stessa del proprio essere e del proprio credo. Inoltre il valore e la portata simbolica del fattore “terra” era amplificata dal fatto che quest’ultima non era più considerata come una semplice variabile topografica ma come una caratteristica intrinseca del proprio essere e della propria esistenza. Proprio questa realtà simbolica generava le preoccupazioni che la perdita della propria terra avrebbe comportato non solo una sconfitta personale ma un vero e proprio sradicamento, troppo ravvicinato temporalmente dopo quello subito a opera della follia nazista.

  Il fatto di arrivare in una terra da stranieri e di lavorare duramente per renderla coltivabile e per difenderla genera un doppio livello d’identificazione collettiva, come gruppo etnico e nazionale. In primo luogo si genera una sorta di debito di riconoscenza verso quella che è considerata una terra d'accoglienza che, a sua volta, si realizza in un senso d'appartenenza alla stessa che diventa, grazie al sacrificio umano, l'elemento distintivo e fondante della propria identità come singolo e membro di un gruppo specifico. Questo rapporto con il territorio tende dunque a trasferire, tramite un processo simbiotico, agli altri membri della comunità che, accomunati dalle simili condizioni di vita, genera un reciproco rapporto di forte fratellanza e mutuo sostegno. Questa tipologia di legami relazionali va oltre alle dinamiche tipiche del familismo amorale, in quanto la suddetta costruzione identitaria si fonda più su fattori ideologici e morali che strettamente tribali.

Per questi motivi la stessa esistenza e identità personale sono strettamente legate all'appartenenza a una determinata area e comunità che tende a diventare una delle prime manifestazioni immaginifiche del proprio essere come individuo. Una minaccia portata verso questo territorio e ai suoi singoli viene percepita come un diretto rischio per la propria vita e sopravvivenza. Per gli chalutzim, la vita diventava a condensarvi simbolicamente in due oggetti: la terra e il fucile.

Oggi l’epopea del kibbutz sembra essere al capolinea schiacciato dal consumismo e dall’economia globale che ha determinato la fine della sua possibilità di autosostenersi e generare profitto. L’ideale cooperativo e comunitario si sta arrendendo alla privatizzazione segnando il ritorno all’impostazione dei moshav o a vere e proprie aziende private. In realtà l’esperienza collettività aveva già mostrato segni di cedimento a partire dagli anni Ottanta, quando le passività a bilancio erano già state ripianate da importanti apporti finanziari statali.

Nonostante la sua conclusione, il giudizio su quest’esperienza sociale non deve essere negativo, anzi dal suo studio dovremmo cercare di enucleare quelle pratiche che hanno permesso la costruzione stessa dello Stato d’Israele da una moltitudine d’immigrati che fino al loro arrivo sulle spiagge di Tel Aviv o di Haifa si consideravano stranieri.

A posteriori, le immigrazioni degli anni Ottanta e la quinta aliyah hanno dimostrato come la scomparsa del modello d’integrazione dei kibbutzim ha creato un vuoto nel sistema d’integrazione dei nuovi arrivati, solo in parte mitigato dal servizio di leva obbligatorio. Ad oggi la comunità russofona e quella etiope restano le meno integrate proprio perché sono quelle che sono state messe meno a confronto con le strutture identificative dell’identità israeliana. Ancora oggi a Tel Aviv le uniche lingue che possono leggersi sulle vetrine dei negozi oltre all’ebraico e all’inglese sono il russo e l’etiope. Ancora più stupefacente per la realtà israeliana, a mio parere, è la presenza di un partito russofono all’interno della Knesset (Yisrael Beitenu) che con il suo peso riesce anche ad influenzare alcune scelte politiche.

 

Oggi siamo qui a festeggiare il 67° compleanno di Israele e a raccontarne i successi e i record. ma ricordiamoci che senza questo grande sforzo in termini di progettazione e risorse, a volte anche antieconomico a livello di finanze statali, tutto ciò che oggi conosciamo avrebbe potuto non esserci. Start up nation, agricoltura specializzata, innovazioni tecnologiche e biomedicali? Dimentichiamoci tutto questo: senza la politica dei kibbutz tutto questo probabilmente non sarebbe successo. L’israeliano è stato plasmato dalla terra e ancora oggi il mito del pioniere con zappa e fucile resta un’immagine viva dell’immaginario collettivo. L’identità israeliana non è nata nei salotti europei o nei congressi sionistici. È nata tra i campi dei kibbutz della Galilea, nella sabbia della spiaggia vicino a Giaffa, dove 60 famiglie tirarono a sorte i lotti di terreno della nascente Tel Aviv, nelle colonie di Zichron Ya'akov, Rishon LeZion e Petah Tikva.

Il sabre è nato dagli immigrati. Nessuno in Israele poteva vantarsi di essere israeliano: erano rumeni, russi, tedeschi, marocchini, italiani, tripolini. Tutti immigrati poveri, sporchi e abbandonati da tutti. Stiamo parlando di navi cariche d’immigrati che venivano fatti sbarcare illegalmente sulle spiagge durante il mandato britannico, parliamo di sefarditi e yemeniti scappati dai paesi arabi dopo il 1948. Famiglie povere, senza risorse, ma con tanta storia e memorie e culture e lingue diverse.

Molto spesso mi chiedo quanta differenza ci sia tra le sofferenze personale di questi individui e quelle affrontano il viaggio della speranza nel canale di Sicilia? A mio parere nessuna. Se prendiamo le immagini dell’operazione Mosè, gli occhi degli ebrei etiopi appena sbarcati negli aeroporti militari non sono molto diversi de quelle degli eritrei che aiutati dalla capitaneria di porto italiana sbarcano a Lampedusa. Le immagini in bianco e nero della nave Modus non sono molto diverse a quelle navi che vediamo oggi nelle immagini dei telegiornali. Quello che cambia è il sistema di accoglienza e d’inserimento. Oggi in Italia, questi individui, anche quando hanno ottenuto l’asilo politico o il permesso di soggiorno, restano delle entità estranee non integriamo e che finiscono per autoghettizzarsi.

La mancata integrazione porta solo a dei sensi di colpa e frustrazioni per essere diversi e non essere accettati. La mancanza di prospettive anche economiche porta queste persone a rifugiarsi nell’economia sotterranea con il rischio di cadere il più delle volte nelle mani delle organizzazioni criminali.

Il sistema dell’accoglienza a oggi in Italia funziona solo in chiave di emergenza nel senso di fornire un primo aiuto, con il rischio però di trasformarla in una situazione perenne, senza organizzare un progetto d’integrazione, nella speranza che queste persone utilizzino solo l’Italia come punto d’approdo per poi dirigersi verso i paesi europei che al momento hanno migliori perfomance economiche. Chiudere gli occhi davanti al problema come spesso si chiudono queste persone nelle strutture d’accoglienza, è una grave colpa del sistema Italia.

La mancanza di un progetto d’integrazione sociale e d’indipendenza economica gioca a sfavore nella ricerca di una nuova identità per queste persone. Spesso sono persone sole che hanno lasciato le loro famiglie nei Paesi di origine,si ritrovano soli davanti a questa sfida e che, se non opportunamente supportate, rischiamo uno sradicamento sociale con conseguenze devastanti. Dalla chiusura totale per la mancata integrazione alla regressione a forme quasi parossistiche delle tradizioni culturali e religiose originarie: sono comportamenti propri di una ricerca di affermazione della propria identità.

Ma anche i nuovi immigrati in Eretz Yisrael non si sentivano israeliani: si sentivano russi, rumeni, etiopi, yemeniti con le proprie tradizioni, la propria cucina e la propria lingua. Qualcuno potrebbe obiettare che questi parlavano lo yiddish, ma questo vale solo per gli ebrei dell’Europa Orientale. Persone anche queste spaesate nella nuova realtà, nel deserto non solo delle emozioni e delle prospettive ma anche della terra che si trovavano davanti.

La condizione di partenza di un sopravvissuto all’antisemitismo sulla spiaggia di Tel Aviv e un etiope sulla spiaggia di Lampedusa non è molto dissimile.

Quello che cambia è come il sopravvissuto è accolto, mandato magari in un kibbutz, fatto studiare, obbligato a parlare l’ebraico moderno e fatto parte di un sogno: quello di trasformare il deserto in un campo. Ma non si tratta solo del deserto geografico ma anche del deserto del cuore. E mentre il sopravvissuto apprende un lavoro, una lingua, s’inserisce nel gruppo, l’etiope resta ancora sulla spiaggia oppure se fortunato sale su un treno per il nord sempre che non resti strozzato dalle mani della criminalità. E in pochi anni il divario cresce: da una parte un contadino, un soldato, un politico, un responsabile del kibbutz; dall’altro un emarginato, un escluso.

È il sistema che cambia le prospettive, che permette alle persone di rifarsi una vita. Il concetto dell’uomo che si fa da solo, del sabre che notte e giorno fa guardia e coltiva la terra è soltanto retorica da cui non si capiscono i meccanismi che hanno permesso a queste immagini di crearsi.                                                             Oggi in Italia dovrebbe esserci un ministero dell’Immigrazione. Ma non un ministero senza portafoglio, bensì un ministero con la capacità d’indirizzo e d’azione. Si parla tanto di grandi opere e infrastrutture ma oggi l’immigrazione e una grande sfida che più passa il tempo e più si trasforma in una bomba di difficile disinnesco. La pressione immigratoria non è mai stata così forte.

Siamo un Paese fondamentalmente vecchio, in declino e con uno stato sociale in crisi a causa della nostra struttura demografica. Gli immigrati dovrebbero rappresentare una risorsa: sono giovani e hanno “fame” di costruirsi una nuova vita.

Tutto in questo sistema deve essere nuovo: la vita, gli obiettivi, le strategie.

  La sperimentazione di un sistema di accoglienza come quello dei kibbutzim degli anni 50 potrebbe essere un tentativo per porre rimedio al problema. L’Italia soffre grandemente di spopolamento dei piccoli centri soprattutto nel sud Italia e un abbandono delle terre coltivate di questi luoghi. Interi villaggi si sono svuotati, a partire dagli anni ’60, in seguito all’esodo verso le città industriali del nord. Di questo fenomeno ne risente anche la natura circostante che non è più controllata e controllata: a partire dagli alvei dei torrenti, passando per i terreni incolti alle pendici delle colline che oramai non hanno più culture tali da trattenere gli smottamenti del terreno. Ma i lavori richiesti da queste attività non sono più socialmente rispettabili e non ci sono più persone, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione, disposte a farli. Meglio emigrare al nord o nei capoluoghi di provincia e regione e trovare lavoro nel terziario. Ma se molti emigrano, perché qualcuno non potrebbe immigrare? E in Italia non siamo privi d’immigrati. Oggi il costo giornaliero per ogni immigrato in Italia è di circa 35€ tra diarie e rimborsi alle cooperative che si occupano della gestione dei luoghi di accoglienza.

Perché non dirottare questo gettito finanziario in strutture simili all’organizzazione dei kibbutzim, dando queste persone delle chance di riuscita personale, d’integrazione? Perché non trasformare queste persone negli italiani di domani?

Le strutture per realizzare tutto ciò ci sono a partire dalle case dei paesi oramai disabitati, o senza andare troppo in là, il patrimonio immobiliare dismesso, tra caserme, stazioni di polizia e Anas, permetterebbe di gestire queste necessità in modo economico. Progetti pilota potrebbero partire in alcune aree d’Italia cha hanno bisogno di bonifica del territorio o di forza lavoro. Protezione civile ed esercito potrebbero fornire le conoscenze e competenze da cui partire per un simile esperimento.

Tale possibilità potrebbe essere anche aperta ai giovani disoccupati italiani che potrebbero così permettere la diffusione dell’italiano come unica lingua veicolare e dei valori della Repubblica. Essi potrebbero svolgere sia compiti di gestione amministrativa ma anche di lavoro a fianco dei nuovi immigrati facendo da collegamento con società e istituzioni. È ovvio che il ritorno economico di una tale iniziativa potrebbe essere minimo, ma dovremmo smetterla di ricondurre la riuscita o l’insuccesso di un’iniziativa al solo aspetto finanziario ed economico. Le ricadute dal punto di vista della qualità della vita sono tantissimi: riparazione delle strade secondaria, messa in sicurezza delle zone soggette a smottamenti, pulizia delle strade, etc. I lavori socialmente utili devono essere messi nell’ottica non solo delle ricadute che hanno sulla collettività.

 Ovviamente è un progetto che difficilmente rispetta i tempi della politica che vuole risultati immediati da mostrare agli elettori ma non possiamo esimerci da una riflessione su questi temi. Girare lo sguardo dall’altra parte non sono un comportamento eticamente scorretto ma è anche un modo di non guardare in faccia alla realtà che altrimenti si potrebbe trasformare in un muro contro di cui difficilmente non potremo non andare a sbatterci.

Ben Gurion - Herzl
Ben Gurion - Herzl

Se lo volete, non è una favola!   (T. Herzl 1860-1904)

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Sito aggiornato: 06/05//2017

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