Yom Atzmaut 

                                 Im tirtzù en zo aggadàh[1]       (Teodoro Herzl)

 

 

         Sulle orme di Teodoro Herzl, il 14 maggio 1948 (5 Iyàr 5708), Davìd Ben Guriòn, Primo Ministro di Israele, proclama l’indipendenza dello Stato Ebraico. Risorge pertanto dalle macerie della storia la volontà di fondare la propria identità attraverso un atto di emancipazione politica. Tuttavia, tale evento storico inaugura un’orrida sequela di violenze e atti di distruzione, la gestazione storica di Israele non trova compimento nell’affermazione politica di sé, bensì tramuta nell’assoluta estraneità, laddove ciò che è altro da sé la condanna al silenzio.

La gestazione storica di Israele incarna il lamento di anime domate con le percosse, la condizione ebraica di estraneità, che non rappresenta uno stato di alienazione, colpisce il fulcro dell’apologetica moderna dell’Occidente, della sua mitologia sociale: la diversità deve essere sacrificata sull’altare dell’union sacrée della nazione, approdando infine al primato del potere assimilatorio del gruppo sociale dominante.

Riemerge la genesi del concetto stesso di Europa, processo di formazione in cui la diversità diviene essenziale: coscienza europea significa anzitutto differenziazione dell’Europa, come entità politica e morale, da altre entità. Il concetto di Europa deve formarsi per contrapposizione, in quanto c’è qualcosa che non è Europa ed è così che acquista le sue caratteristiche e si precisa nei propri elementi attraverso un confronto con tutto ciò che è altro[2]. Ebbene, l’immagine dello stato di Israele, in seno alla tormentata storia dell’Europa, è un’identità senza radice, caratterizzata drammaticamente sia dalla negazione di riconoscimento quale destino peculiare del popolo ebraico, sia dall’assimilazione (spesso coatta) intesa come annessione a una patria straniera o a una patria “artificiale”, ovvero frutto di convenzioni e accordi politici.

  Peraltro, è altresì vero che il popolo ebraico, nell’intento di affermare sé come identità positiva, ha saputo declinare l’emarginazione sociale in un esercizio autentico di libertà e di resistenza alla violenza del potere totalitario, forza suadente che assimila a sé ogni differenza, condizione in cui la diversità è un’anomalia da estirpare. L’essere ebreo diventa in tal modo espressione di una vicenda esistenziale comune all’intero genere umano, che nel travaglio delle sue vicende storiche diviene radicale: vivere nella storia di cui si è parte senza appartenervi.

Quasi rivendicando il diritto alla diversità, contro la miopia dei totalitarismi e del pensiero onnicomprensivo, gli ebrei rievocano la loro storia personale, segnata dall’esilio, riaffermando tuttavia con grande dignità la non appartenenza alla storia monumentale degli “uomini”. L’unico legame è rappresentato dalla parola che preserva il ricordo di sé e dell’esperienza altrui (Zakhor), giacché la parola (rivelata e umana) è il mezzo privilegiato di cui l’uomo si serve per mostrare la propria identità nella sua unicità e irriducibilità. La parola, però, sembra infrangersi e disperdersi nell’oceano tenebroso della storia, quando la xenofobia diventa un sistema di pensiero, «quando il pensiero inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano»[3]. Dunque, fin dagli albori della sua nascita (prima storica e poi politica), Israele ha sperimentato la fragilità di sé nell’oblio della storia, una storia tragicamente immemore.

                                      Pier Davide Accendere


 

[1] “Se lo vorrete, non rimarrà un sogno”.

[2] Cfr. Federico Chabod, Storia dell’idea d’Europa.

[3] Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi 2005, p. 9.

Ben Gurion - Herzl
Ben Gurion - Herzl

Se lo volete, non è una favola!   (T. Herzl 1860-1904)

 

 

 

 

 

 

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