LO SFONDO STORICO DELL’AZIONE DI GIOVANNI PALATUCCI

L’intervista di dott.ssa Natalia Indrimi, direttrice  del Centro Primo Levi di New York alla rivista  MOSAICO della Comunità Ebraica di Milano, dimostra l’esigenza di guardare allo sfondo storico dell’azione di Giovanni Palatucci più che al cosi detto “Mito Palatucci”. In questo modo si potrà parlare della figura di Giovanni Palatucci con la silente serenità confacente alla Shoah.

In via preliminare si deve ricordare come negli anni di “Quella Tenebre” solo chi era considerato camerata affidabile poteva aiutare, certamente senza farsi pubblicità e, anzi, tenendo il massimo segreto; non poteva quindi lasciare una documentazione burocraticamente perfetta a disposizione degli storici; ciò vale sia per Palatucci che per altri funzionari.

A quell’epoca di terrore, i documenti ufficiali erano scritti in uno stile retorico, conforme alle massime ideologiche dominanti. Gli appunti dei dirigenti ebrei sugli interventi presso le varie “autorità” o funzionari dovevano riportare solo l’essenziale; certamente non potevano riportare le richieste di far prevalere l’umanità sull’ubbidienza ad ordini del dittatore e, meno che mai, di aver ottenuto qualche promessa.

Per documenti ritrovati a 60 o 70 anni di distanza dagli eventi sorgono problemi sia sulla loro autenticità che sulla loro interpretazione che deve tener conto delle condizioni storiche di chi li redigeva.

Giovanni Palatucci era figlio – maschio dopo due femmine - di una famiglia profondamente cattolica; il padre Felice era avvocato. Tre suoi zii paterni erano dignitari dell’Ordine Francescano; importante per gli eventi sarà lo zio Giuseppe Maria che divenne vescovo di Campagna. Un contributo sarà dato anche dagli altri zii, superiori francescani.

Nel 1930 Giovanni Palatucci doveva prestare il servizio militare a Moncallieri e completò, contemporaneamente, i suoi studi di Giurisprudenza all’Università di Torino. Conseguita la laurea nel 1932, a soli 23 anni  iniziò la pratica legale. Non si può sapere se in quegli anni abbia avuto contatti con clienti o colleghi ebrei.

Ritenendo di non essere adatto alla libera professione forense partecipò al concorso per funzionario di polizia e nel 1936 diventò Vice Commissario di P.S. e venne assegnato alla Questura di Genova, una città dove molti profughi ebrei tedeschi attendevano di poter completare le pratiche per l’emigrazione Oltre Oceano. Non conoscendo le esatte mansioni del Vice Commissario Palatucci nella Questura di Genova non si può escludere che abbia avuto modo di conoscere anche questa realtà. Fatto sta che nel Novembre 1937 Palatucci venne rimproverato per frequentazioni non consone ad un funzionario di PS e trasferito alla Questura di Fiume.

La città di Fiume era diventata parte del Regno d’Italia nel 1924 dopo essere stato il porto del Regno d’Ungheria e poi Città Libera. Erano ovvie le ripercussioni del contrasto etnico  in Friuli Venezia Giulia fra italiani da una parte e sloveni-croati dall’altra parte. Inoltre, con la perdita del proprio naturale retroterra della Grande Ungheria il traffico portuale diminuiva continuamente; le  ripercussioni sull’economia e sulla situazione sociale della città erano ovvie.

La comunità ebraica di Fiume aveva ancora stretti contatti con quelle degli stati successori della Monarchia Austro-Ungarica; Vienna, Praga, Budapest, Bratislava, Leopoli, ecc.

La città di Fiume era anche il simbolo delle mire mussoliniane sui Balcani; cosi può essere spiegata la nomina a Prefetto di Temistocle Testa, proveniente dai ranghi del Partito Nazionale Fascista e già Console della Milizia e Federale di Partito;  gli venne affiancato il rigoroso Questore Vincenzo Genovese. A questi superiori dovette “riferire”, o meglio, “rispondere” Giovanni Palatucci, assegnato all’Ufficio Stranieri. Per valutare l’azione  di Giovanni Palatucci si dovrebbe, se ancora possibile,  verificare per quali provvedimenti aveva “la firma” e quali doveva, invece, sottoporre alla firma dei suoi superiori; e poi, come poteva presentare una proposta, scritta o orale che fosse.

Negli anni dal 1938 fino al 1943/44 questo giovane funzionario si trovò di fronte alla realtà dei profughi ebrei prima dall’Austria e poi da Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Croazia, ecc. che spesso avevano attraversato i confini clandestinamente pur di evitare il Campo di Concentramento. Per questi profughi l’ordine di Mussolini – anche Ministro dell’Interno – prevedeva l’espulsione, quindi consegna ai nazisti. Il numero dei profughi – in maggioranza ebrei – può solo venire stimato; la cifra di circa 5000 appare più che congrua con lo svolgersi degli avvenimenti bellici.

Era poi significativa la realtà degli ebrei della città di Fiume e dintorni – circa 1600 persone - che nel 1938, con le Leggi Razziali si trovarono quasi tutti privati della cittadinanza italiana. e i loro viaggi verso le altre province italiane dovevano avere il visto di autorizzazione di Palatucci. Questi ebrei erano poi particolarmente vessati – espropri di beni, internamenti, ecc. – da parte del Prefetto Temistocle Testa che, sfoggiando un grande antisemitismo, andava pure oltre a quanto previsto dalle Leggi Razziali.

Nel 1940 Giovanni Palatucci propose, ovviamente “per problemi di sicurezza”,  l’internamento dei profughi ebrei nell’Italia Meridionale. Come al solito, le Delibere Ministeriali sulla destinazione seguivano quanto già preparato e proposto dalla Questura, cioè da Palatucci. E’ vero che  il Campo di Campagna (provincia di Salerno) aveva una capienza limitata ma il Vescovo Mons. Giuseppe Maria Palatucci , come precisato in un’intervista nel 1953, otteneva grazie alla propria influenza,i, che i profughi dall’internamento venissero man mano destinati al “Confino”/Soggiorno obbligato in piccoli comuni della zona. Forse anche questa “dispersione” veniva motivata con esigenze di sicurezza. L’altro zio, p.. Alfonso, Superiore della Provincia dei Frati Minori Conventuali, precisò, nella medesima occasione, di aver “trasmesso”ai Priori dei conventi  le istruzioni “ricevute dall’Alto” di aiutare gli ebrei.

Nel Giugno 1943, forse in previsione dello sbarco anglo-americano, al Ministero dell’Interno si preparano misure più dure contro gli ebrei, specialmente quelli stranieri. Cosi si spiega che l’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume venisse sottoposto ad  ispezione. A Giovanni Palatucci venne rimproverato una tenuta disordinata dei documenti.

Dal Novembre 1943 Trieste, Fiume e la Carnia divennero ADRIATISCHES KUESTENLAND,  in previsione dell’annessione diretta, dopo la “Vittoria Finale”, alla “Grande Germania”, come previsto nei progetti sullo Spazio Vitale Germanico. Infatti,  Commissario del Reich divenne il Gauleiter della Carinzia. Le autorità italiane della RSI vennero progressivamente estromesse. Palatucci venne nominato Reggente della Questura (non Questore) ma era di fatto senza poteri.

La deportazione degli ebrei della zona di Fiume venne organizzata e eseguita direttamente dall’SS del Generale Globotschnik, appena trasferito dalla Polonia; la polizia italiana era stata estromessa.

Giovanni Palatucci, che era un patriota, aderì al locale CLN con la speranza, poco realistica, di costituire, al termine del conflitto, Fiume quale Città Libera, come già prima degli Accordi Italo-Yugoslavi del 1924. Nel Settembre 1944 Palatucci venne arrestato dall’SS; al Ministero dell’Interno della RSI venne risposto seccamente che era colpevole di contatti col nemico.

Giovanni Palatucci venne portato al Lager di Dachau dove morì nel Febbraio 1945. La tesi della morte per tifo è congrua con le disastrose condizioni igieniche di quel Campo. Quella della fucilazione, invece, può indicare che sia stato tenuto per un periodo quale detenuto speciale a conoscenza di molti segreti.

Relativamente ai documenti “trovati” a circa 70 anni di distanza dai Croati nell’archivio - saccheggiato dai nazisti prima e dai comunisti yugoslavi poi - dell’ex Questura  sorge l’interrogativo sulla loro autenticità.  Da considerare pure l’interesse croato a far dimenticare la complicità di tanti frati francescani con gli Ustascia nelle “operazioni” contro i serbi.. E poi, su RAI STORIA era stato detto che Palatucci nel Settembre 1943 aveva  distrutto degli documenti; come mai  sono stati “trovati”?

I dirigenti del DELASEM e di altre organizzazioni ebraiche all’epoca, come già detto, non potevano mettere per iscritto di aver ottenuto le promesse di funzionari di PS – spesso conterranei di Palatucci -  di far prevalere l’umanità sull’ideologia fascista antisemita e mandare i tanti profughi in internamento o confino in Italia invece di procedere alla loro espulsione. A sua volta Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità, si giovava delle proprie conoscenze quale ex prefetto per ottenere qualche cosa; ovviamente neanche lui poteva lasciare appunti scritti dettagliati su questi interventi.

Non si può sapere quanti dei profughi passati per la zona di Fiume sono poi sopravvissuti; di questi pochi sono stati rintracciati per la testimonianza. Se con queste premesse lo Yad Vashem ha potuto raccogliere, e verificare col suo noto rigore, alcune testimonianze delle quali conferma la validità, si deve citare il principio talmudico “Chi salva una vita è come se salvasse il mondo intero” e dire: “Se ho la testimonianza che quel Giusto ha salvato quella vita devo cercare le testimonianze sulle altre vite da lui salvate in Quella Tenebre”:

 

EPILOGO: In base ai “documenti ritrovati” viene detto che la storia dell’azione di salvataggio di Giovanni Palatucci fosse solo un mito. Si arrivò pure ad accusare il Vescovo Mons. Giuseppe Maria Palatucci di aver inventato la storia del nipote Giovanni salvatore di migliaia di ebrei al solo scopo di far avere “una pensione ai genitori”.  Al riguardo è da precisare che la madre era già morta nel 1947. Il padre Avv. Felice quale titolare di uno studio legale non poteva sostenere di versare in stato di bisogno.

Inoltre le norme sulle pensioni di guerra erano restrittive, specialmente per i superstiti. L’Avv. Felice Palatucci, pertanto, non avrebbe avuto diritto ad una pensione di guerra. E’ vero invece che nel 1948 gli venne corrisposto una somma esigua quale ratei di stipendio del figlio morto.

 

CONSIDERAZIONE FINALE: Giovanni Palatucci ha potuto aiutare proprio perché lo zio Vescovo Giuseppe Maria Palatucci a propria volta si è impegnato, facendo valere la propria influenza, a proseguire questa attività di assistenza e salvataggio. Dobbiamo quindi dire: "Se quel Giusto ha potuto salvare una Vita e quindi il Mondo Intero dobbiamo domandarci quale altro Giusto ha proseguito questo salvataggio"?

 

 

Dott.  Wolf Murmelstein

wolf.murmelstein@gmail.com

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Se lo volete, non è una favola!   (T. Herzl 1860-1904)

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